L'email di conferma registrazione potrebbe arrivare nella posta indesiderata o nella cartella spam.

Registrati
Accedi


La sera del 27 ottobre presso la sala multimediale del nostro oratorio abbiamo incontrato don Emanuele Poletti, sacerdote della nostra diocesi incaricato dell’Ufficio Pastorale Età Evolutiva e Pastorale Giovanile. In questa occasione ha voluto parlarci degli adolescenti, dei loro interessi e delle loro dinamiche. Come succede di solito, quando si parla di età evolutiva, si finisce per parlare di noi adulti perché i bambini e i ragazzi spesso sono il nostro specchio o più giustamente il nostro riflesso. Capire loro è capire noi stessi e la nostra responsabilità nei loro confronti, e allora rispondiamo all’appello di Gesù del “farci prossimo” a questi nostri fratelli che abitano ancora “la terra di mezzo” (nome con cui alcune parrocchie designano il gruppo degli adolescenti e i loro momenti di incontro), perché si mettano in cammino per diventare persone adulte, migliori di noi e capaci di carità. Bando alla retorica, questo è quanto sono riuscita ad appuntarmi di ciò che ci ha riferito don Emanuele:


Chiamati per nome

Una specificità propria dell’oratorio bergamasco è data dall’incontro con molti cammini delle e degli adolescenti. Più ampio che nelle altre diocesi lombarde.
Purtroppo non sono pochi gli adolescenti che in questi anni sperimentano silenziosi cammini di selezione e di marginalizzazione: quelli dei “trascurati” nelle famiglie fragili e sotto pressione, quelli dei “non adatti” o “non dotati” nella scuola; quelli dei “non affiliati” ai gruppi spontanei, di chi non può partecipare a consumi e occasioni costose; quelli delle esperienze precoci di lavoro, ancora presenti nelle nostre terre, che si conducono al di fuori di tutele minime e senza accompagnamenti e educativi.
Se l’adolescenza  è la stagione nella quale apprendere ad abitare il proprio nome (la propria unicità o originalità, l’essere attesi e chiamati a dire il proprio) l’oratorio si offre come luogo di nominazione. Acquisire di nuovo la consapevolezza del proprio nome, vuol dire essere accolti o essere chiamati in un contesto formativo e sociale in cui si prova che “si è di qualcuno”. E lo si è non solo perché c’è chi ci ama, ci conosce e ci chiama, ma anche perché c’è chi ha bisogno del nostro amore, d’essere da noi riconosciuto. Da noi, così come siamo.    

C’è chi intende rivolgerci la sua richiesta, chi esprime la sua attesa: chi è piccolo, chi è fragile, chi è in disparte, chi soffre. Come noi, magari, e anche più di noi. E noi siamo per lei, per lui. Siamo per qualcuno che abita qui, oppure lontano, e ci chiama per nome, ci rende non sostituibili. Certamente nel limite ma anche nella particolare possibilità dei nostri saperi, delle capacità coltivate, degli spazi affettivi che teniamo un po’ aperti. Quel che so e ciò che posso e so fare si fa, così interessante, da curare bene.

L’esperienza di essere chiamati per nome si dà quando la relazione educativa tra le generazioni è incontro in cui si affinano e si provano le capacità di sentire il dolore e la bellezza, si elabora il senso della giustizia, si avverte la densità del dono della vita.

Le esperienze ospitate o attivate dagli oratori mostrano a volte la qualità di percorsi segnati da una strategia educativa che nasce dal contratto con le storie particolari e le domande profonde delle ragazze e dei ragazzi, da una capacità di interrogazione forte che apre a un nuovo disegno di sé, una strategia che valorizza e insieme propone forti incontri, cura di ognuno e chiamate in responsabilità. Queste esperienze a volte sono realizzate dentro un nuovo disegno dei quartieri, delle città, delle comunità e dei territori che vede questi esprimere impegnative attese verso le adolescenti e gli adolescenti (nelle esperienze formative, lavorative, sociali, pastorali…). Dentro una convivenza che si presenta come ambito ricco di alleanze, di contesti progettuali; d riflessività, di aperta negoziazione e di coesione sociale.

Questo avviene quando si incontrano adulti che sanno mettersi in ascolto perché sanno mettersi in ascolto di sé, e lo sanno fare dentro i contesti della vita reale, quelli dove si può dare l’incontro tra le generazioni; adulti che non giudicano soltanto, ma che hanno storie da raccontare e invitano a costruire un mondo abitabile e accogliente, giusto e solidale. Donne e uomini di fede, capaci di aprire al senso di una attesa buona sulla vita, alla libertà, alla offerta della vita, alla felicità, all’incontro con la persona di Gesù Cristo.

Nelle riflessioni e rappresentazioni sociali il mondo dei più giovani diventa in qualche modo il luogo nel quale si riflettono (o si proiettano?) le preoccupazioni, le paure, i desideri e le aspirazioni di tutti. L’ultimo rapporto su La condizione giovanile in Italia – Rapporto 2013 mostra come l’atteggiamento verso la vita sia segnato da una forte “attesa di fiducia! Verso l’altro, spesso temperata da rispetto, e a volte da sospetto o da delusione. I più giovani (13-18 anni) si fidano un po’ meno dei più grandi. Come “coltivare” la fiducia se non in relazioni significative e costruttive, che valorizzano le persone anche molto giovani, se non mostrando come la convivenza, la comunità locale si costruisce con sollecitudine, pazienza, reciprocità e buone testimonianze adulte?

D’altronde, considerando i dati relativi alla fiducia nelle istituzioni, anche nella Chiesa, emerge che i giovanissimi tendono “a dare a esse fiducia solo quando vi trovano all’interno una coerenza esemplare quando, soprattutto, riescono a costruire con le persone che le rappresentano un rapporto positivo”. Le buone relazioni e l’incontro con esempi coerenti sono decisivi per costruire una dinamica fiduciaria, importante “per coltivare percorsi di aperture e progettualità nel rapporto con gli altri, con il futuro, con le domande fondamentali del vivere”. (Triani, 2014)

Più che offrire occasioni performative è bene cercare di diventare una “tenda” per età dell’attraversamento. Questo, ad esempio, porta a non escludere gli adolescenti difficili per la “buona pace” dell’oratorio: con loro si cerca di tenere la relazione, l’ingaggio, anche alleandosi con altri sul territorio.

Persiste, invece, un’idea dell’ “attivazione” degli adolescenti declinata in termini di richiamo al protagonismo, alla assunzione di responsabilità, all’autonomia, al riconoscimento personale, alla libertà di iniziativa. Pensano così gli adulti e i giovani adulti che richiamano gli adolescenti all’impegno, e anche gli adolescenti quando “rivendicano” più spazio di iniziativa.


Meno utilizzata è un’idea di attivazione degli adolescenti che nasce da una cultura dell'attenzione reciproca, della co-progettazione, dell'accompagnamento, del gruppo di lavoro aperto, della cooperazione che valorizza la specificità, della veglia reciproca, delle autonomie dentro trame di progetto condivise, o dentro processi di cui osservare sviluppi e passaggi anche quelli dentro gli oratori e non solo quelli sui cancelli degli oratori, sono gruppi di adolescenti dai percorsi variegati: a rischio di implosione per il bisogno d'auto protezione; o segnati da legami gregari e di dipendenza consumistica, anche per la pressione dell'angoscia; oppure segnati da frammentazione progettuale. Gruppi nei quali possono anche svilupparsi, però, culture del fare bene, o cure della vita. Specie se oratori, comunità, in modo attento e coordinato, si fanno “sponda”, luogo di riconoscimento e di “nominazione”.

Un gioco di “sponda” nel quale assume un ruolo importante, forse decisivo, l'impatto educativo del lavoro quotidiano di educatori, animatori, formazioni, allenatori. In un processo che offre, e costruisce, abitabilità e protagonismo con ragazzi che provano, e trovano, un nome e un “posto” mentre costruiscono conoscenza, apprendimento, “lettura” del mondo.

Il territorio affettivo e cognitivo del gruppo è spesso senza mappa, senza itinerari di attraversamento. I “presìdi” educativi, sorgenti di memoria e di testimonianza dell'umano e del senso, le forme istituite della convivenza possono accogliere la domanda di incontro e di esperienza dai singoli ma anche dai gruppi perché possano attrezzarsi ed esprimere una funzione di metabolizzazione culturale ed etica, e di “capacitazione” delle giovani generazioni nel maturare resistenze e intenzionalità nella “società del rischio”.

Il gioco tra adulti e giovanissimi può essere riaperto, va giocato in rimodulazioni esigenti e vere della presenza reciproca. Riscoprendo la forza del desiderio e reggendo il panico della perdita, della distanza.

© 2016 Oratorio di Ardesio. Made with ♥ By Gabriele Fornoni

Questo sito utilizza cookie di profilazione di terze parti. Se continui la navigazione consideriamo che accetti il loro uso.